di Mario Ciampi, Direttore della Fondazione FareFuturo
In termini di cultura politica, il successo della Lega affonda le sue radici in un fenomeno che sta facendo irruzione in tutte le democrazie avanzate: si tratta di un processo di ri-territorializzazione della politica, la risposta sicuramente più forte e più radicale al globalismo. Sembra davvero che dei tre elementi weberiani dello Stato moderno – governo, popolo e territorio – soltanto il terzo abbia resistito al ridimensionamento imposto dalle profonde trasformazioni in atto.
Questa accresciuta rilevanza del territorio richiede un decentramento di funzioni di governo e di gestione, anche in paesi di tradizione centralistica come la Francia. Del resto, la necessità del decentramento emerge anche da un punto di vista esclusivamente funzionale: l’aumento dei bisogni delle società contemporanee non sarebbe governabile senza una distribuzione del lavoro tra i diversi livelli di governo. In questa prospettiva, il territorio ridiventa il contesto più tipico dell’agire politico, quello da presidiare con più attenzione, per esercitare virtuosamente una rinnovata mediazione partitica, ma anche per ristabilire un assetto istituzionale più in linea con i tempi. Il federalismo, spesso presentato soltanto come una risposta sommaria a una situazione di inefficienza della macchina statale, può essere la soluzione per dare un senso compiuto a queste tendenze, a condizione che venga preso sul serio, che venga cioè spoliticizzato e riportato alla sua essenza filosofica, che consiste nell’amicizia civile. Il federalismo, prima ancora che un assetto istituzionale, è un’antropologia, un ordinamento civile e una dottrina sociale fondata su una visione pluralistica e policentrica, sull’autonomia della persona e sulla sua libertà responsabile.
Detto in altri termini, non c’è federalismo senza un foedus: la federazione sussiste solo quando persone, associazioni e istituzioni stringono un patto e sono pronte a rispettarlo in virtù della fiducia che lega le une alle altre. La costituzione federale segue il patto federativo. Le strutture e le funzioni vengono dopo. Prima, occorre ristabilire anche simbolicamente le ragioni del patto federativo, che non può che essere nazionale. Su questa base, la soluzione federalista riceve il più ampio consenso delle forze politiche e sociali. Il nodo è tutto nella concezione dell’appartenenza territoriale e nella sua correlazione con quella nazionale. Il federalismo autentico si sposa con l’orgoglio di appartenere alla stessa nazione: l’esempio americano è paradigmatico. Al contrario, si rischia la frammentazione comunitarista. L’amore per la piccola cerchia di cui facciamo parte, sosteneva Burke, è il primo anello della catena che ci porta all’amore per la patria e per l’umanità intera: l’appartenenza ha bisogno di ideali regolativi nazionali e perfino sovranazionali. Questo, almeno, è il federalismo di Sturzo, che peraltro aveva già risolto le questioni perequative che oggi si pongono con l’attuazione del federalismo fiscale: «è razionale e giusto che le regioni italiane abbiano finanza propria e propria amministrazione, secondo le diverse esigenze di ciascuna, e che la loro attività corrisponda alle loro forze, senza che queste forze vengano esaurite o sfruttate a vantaggio di altre regioni e a danno proprio» ed «è giusto e razionale che tra le regioni si possano ripercuotere i vantaggi ed i beni delle une sulle altre» (L. Sturzo, Nord e sud, decentramento e federalismo, in “Il Sole del Mezzogiorno”, 31 marzo 1901).
Se invece si enfatizza il civismo su base territoriale a scapito del senso di appartenenza ad un comune destino nazionale, ci si indirizza tutt’al più verso una confederazione di euroregioni, ciascuna indipendente e sovrana, ma si va in una direzione molto diversa da quella autenticamente federalistica. Come pure, si tradisce la filosofia del federalismo se non si applica adeguatamente il principio di sussidiarietà orizzontale: dove è possibile, i servizi devono essere resi responsabilmente dai privati, se non si vuole moltiplicare il centralismo unitario in una serie di centralismi periferici. In definitiva, nell’imminenza di una riforma che si prospetta come una svolta epocale per la nostra comunità nazionale, l’Italia deve riscoprire la sua più profonda tradizione federalistica, e quella che possiamo definire la sua vera bellezza, l’unità nella varietà.