Il politologo Piero Ignazi, docente di politica comparata all’Università degli Studi Alma Mater di Bologna, commenta per “Governare il territorio” il risultato leghista delle ultime elezioni, e la cultura politica “territoriale” che esprime il partito di Bossi.
Professor Ignazi, siamo davvero di fronte ad una sorta di “conservatorismo civico”, per citare l’inglese Cameron, in salsa leghista?
La ricetta della Lega è semplicemente quella di un partito populista. Il radicamento territoriale, la valorizzazione dell’identità locale, i richiami alle tradizioni ecc…, sono spiegazioni limitate.
La Lega fa perno su sentimenti di insicurezza generalizzati al centro dei quali c’è la paura dell’immigrato: un atteggiamento che porta alla difesa del “noi” contro “loro”. E questo spiega perché ha avuto buoni risultati anche dove non è presente alcuna struttura del partito, nelle Marche e in Emilia ad esempio.
Ma l’avversione allo statalismo e alla burocrazia e l’accento sul federalismo resta sempre uno snodo centrale, o no?
La vecchia “Roma ladrona” si è evoluta nella retorica “anti-establishment”. L’avversione allo statalismo vecchia maniera è stato decisamente superato nel messaggio politico della Lega. In sintonia con i movimenti populisti di tutt’Europa la Lega demonizza le elites sul piano economico e culturale contrapponendole al volere e ai sentimenti del popolo di cui essa si sente l’unico rappresentate accreditato.
Il buon amministratore della Lega, quello che conosce e sta sul territorio, è una realtà comunque…
Ci sono certamente esperienze locali di amministrazione di qualità, come in tutti i partiti. Ma questa del buon amministratore leghista mi sembra più un’identità costruita ad hoc, un mito. Si danno spiegazioni mitiche di un risultato perché sono più semplici. D’altra parte la Lega è un partito difficile da studiare anche per noi politologi. E’ una formazione politica molta chiusa, con regole e un’organizzazione quasi sconosciute. La Lega incute timore anche per questa sua caratteristica di mondo a parte, e grazie a questo attira però anche consenso.
Si profila all’orizzonte, insieme alla territorialità, anche una nuova proposta di welfare, meno statalizzato, più spostato verso la responsabilità individuale. Lei che ne pensa?
Sono posizioni neo conservatrici e neo liberali che forse avrebbero avuto più successo qualche anno fa; oggi con la crisi sono proposte oggettivamente meno spendibili.
Se dovrebbe dare un consiglio alle formazioni politiche che vogliono contrastare l’avanzamento di questo populismo giocato sulla paura dell’altro?
Giustizia sociale e uguaglianza tra gli uomini, sono vecchie e nuove parole d’ordine. Il problema è come declinarle; qui sta la sfida per i partiti di opposizione. La Lega raccoglie ancora appena il 10 per cento dei consensi, è un partitino. Lo spazio per recuperare esiste. Per trovare una proposta alternativa l’opposizione deve attingere al proprio serbatoio culturale di valori, che rappresentano ancora punti di riferimento rilevanti.