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La comunità territoriale è il nuovo soggetto della poltica e l’antidoto alla disgregazione sociale
(dal numero: 5/ 2010)
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di Stefano B. Galli, docente di Storia delle dottrine Politiche dell’Università di Milano   

La crisi dello Stato nazionale non è un tema di oggi. I primi studi in tale direzione risalgono a qualche decennio fa, quando la modernità cominciò a entrare in crisi, trascinando con sé – nella crisi della post-modernità – gli Stati nazionali. Oggi lo scenario – dal punto di vista teorico – è mutato perché sappiamo che la modernità politica, intesa quale modello di sviluppo dell’Occidente, ha lasciato posto a un fenomeno che si chiama globalizzazione; fenomeno che offre scenari nuovi e prospettive del tutto inedite.

La crisi dello Stato nazionale non è un tema di oggi. I primi studi in tale direzione risalgono a qualche decennio fa, quando la modernità cominciò a entrare in crisi, trascinando con sé – nella crisi della post-modernità – gli Stati nazionali. Oggi lo scenario – dal punto di vista teorico – è mutato perché sappiamo che la modernità politica, intesa quale modello di sviluppo dell’Occidente, ha lasciato posto a un fenomeno che si chiama globalizzazione; fenomeno che offre scenari nuovi e prospettive del tutto inedite.

Lo Stato è stata la grande “invenzione” dell’Occidente e ha segnato in profondità il ciclo storico della modernità politica. Gianfranco Miglio lo considerava il “capolavoro” dell’Occidente. In effetti, come modello privilegiato di ordine politico è stato esportato nel corso del Ventesimo secolo, ispirando l’organizzazione delle comunità (all’inizio del Novecento erano 59 gli Stati riconosciuti a livello internazionale, divenuti poi 96 nel 1954 e 193 nel 2004). È quasi naturale che, con il declino della modernità e con la sua definitiva archiviazione per effetto dell’affermarsi della globalizzazione, anche la forma Stato sia stata inghiottita e travolta da questo processo di trasformazione.
Tale processo ha determinato la crisi di due dei tre elementi costitutivi dello Stato (secondo Weber: popolo, governo, territorio). Il cittadino è divenuto un semplice consumatore. E la sovranità viene ogni giorno erosa dalle dinamiche economiche della globalizzazione (una ricerca svolta in Usa certifica che tra i cento organismi più influenti a livello mondiale, 49 sono Stati e 51 sono multinazionali), ma anche dalle organizzazioni sovranazionali, dai movimenti di opinione e dal terrorismo internazionale. Si tratta di fenomeni di fronte ai quali lo Stato è davvero impotente.
La attuale delegittimazione dello Stato è anche consensuale e deriva dalla sua incapacità di governare la complessità sia sul piano internazionale, sia sul piano interno (ogni cittadino ovvero ogni nucleo di cittadini pone quotidianamente le condizioni del proprio vincolo contrattuale sul quale poggia il consenso, cambiando le condizioni della delega). La crisi e la polverizzazione delle identità macronazionali, dal punto di vista culturale, ha minato alla base la legittimità dello Stato centrale, delle sue procedure di governo e di determinazione dell’indirizzo politico: così è venuta meno la lealtà – il vincolo di subordinazione – dei cittadini che si riconoscono sempre di meno nell’edificio statuale e lo sostengono con sempre minore entusiasmo e convinzione.
Dalla crisi dei tre elementi costitutivi dello Stato, oggi, resta immune solo il Territorio, che dalla globalizzazione viene rilanciato come luogo privilegiato della socialità politica. Con la fine delle ideologie e con l’archiviazione delle agenzie di socializzazione primaria e secondaria (chiese, partiti, sindacati, bocciofile, cral…), l’emergere dei territori risulta un elemento identitario, in termini di cultura politica, molto forte, soprattutto di fronte alla crisi della democrazia rappresentativa. I territori – e dunque le comunità (storiche, religiose, linguistiche, sociali, di interessi economici e produttivi organizzati) – rappresentano ormai le dimensioni naturali dell’appartenenza.

Il mutamento è significativo: il nuovo soggetto della politica non è più il partito, ma la comunità territoriale. Del resto, lo Stato nazionale s’era imposto cancellando le differenze. È ovvio che, con la crisi dello Stato, riemergano le differenze territoriali e identitarie latu sensu, di fronte alle quali l’unica politica praticabile è – attraverso l’applicazione del principio di sussidiarietà orizzontale e verticale – l’adozione di un vasto e sistematico decentramento delle prerogative e delle funzioni.
Sono molte le previsioni relative alla scomparsa dello Stato nazionale. Magari si tratta di eccessi per così dire “declinisti”. Sta di fatto che, contestualmente al ridimensionamento dello Stato, si registrerà – su scala planetaria, nell’ambito del nuovo ordine globale – la generalizzata affermazione delle comunità locali e regionali, ben oltre il paradigma “glocal” formalizzato qualche anno fa come rapporto dialetticamente bipolare tra la globalizzazione e il localismo.

L’idea di un futuro caratterizzato dall’arretramento dello Stato e dall’emergenza delle realtà locali di fronte alla globalizzazione (che sarà il grande tema politico dei prossimi decenni) non deve essere interpretata come la gretta – o fiera, dipende dal punto di vista – chiusura a riccio della comunità sul suo territorio. Rispetto all’avvento della globalizzazione, oggi lo scenario è mutato: si tratta di assumere la consapevolezza che la comunità territoriale è il nuovo soggetto della politica. Come luogo privilegiato della socialità politica, la comunità territoriale deve cercare di arginare i malrovesci, ma anche di sfruttare tutte le opportunità di sviluppo che a essa offre la globalizzazione, sostituendo il tradizionale rapporto Stato-mercato con quello Comunità-mercato.
Come noto, esistono diversi livelli di democrazia. È parimenti noto che, più ci si avvicina al più basso livello territoriale più c’è democrazia, perché più forte è il rapporto tra i cittadini e le istituzioni; rapporto che cementa l’aggregazione sociale della comunità politica. Per recuperare la necessaria funzionalità e per arginare la deriva – assai pericolosa – della disgregazione della socialità è necessario varare nuove forme di articolazione istituzionale decentrata che siano assai più prossime alle esigenze e alle istanze dei cittadini, che rispondano con maggiore efficacia alle sue aspirazioni di autonomia e autogoverno delle comunità territoriali.

La storia dell’umanità ha sempre visto il primato della libertà individuale e l’emergenza progressiva della persona come soggetto di diritto, impegnata a gestire il proprio destino nell’ambito della sua comunità politica. Di fronte all’impersonalità e all’irresponsabilità ? che sono i tratti specifici dell’attuale degenerazione dei sistemi rappresentativi sui quali si reggono le moderne democrazie ? l’unico rimedio è quello di riscoprire le ragioni del decentramento, che inchioda i governanti e i governati alle proprie responsabilità. Responsabilità di governo e degli atti connessi all’esercizio del potere per i primi; responsabilità nell’essere cittadini attivi sui quali si regge la comunità territoriale, per i secondi.
Il decentramento si configura insomma come la risposta più credibile alla crisi dello Stato ? sia sul piano interno, sia sul piano esterno ? che coinvolge la sua prerogativa essenziale, cioè la sovranità, di fronte alla disomogeneità della comunità nazionale sulla quale esso poggia, alle sfide della globalizzazione, alle diffuse e diversificate istanze delle comunità territoriali che lo compongono. Si tratta di decentrare non solo le funzioni fiscali oppure quelle istituzionali, ma anche le strutture del welfare, del sistema economico e bancario, dell’associazionismo. Oggi, infatti, la comunità territoriale s’impone come la grande agenzia di socializzazione politica che può scongiurare l’individualismo, che – come ci ha insegnato Tocqueville – è uno dei grandi pericoli del sistema democratico, poiché conduce alla disgregazione di quella socialità che è essenza della democrazia.

Il modello più interessante, che in queste settimane è stato al centro dell’attenzione, è quello del Conservatorismo civico comunitario, che origina dalla tradizione localistica della cultura politica dei Tories; una tradizione che David Cameron ha recuperato e con la quale ha giocato la partita delle elezioni in Inghilterra. Al centro del progetto politico c’è la civicness, vale a dire quell’insieme di virtù civiche sulle quali si reggono le comunità territoriali; virtù che rappresentano una grande risorsa per affrontare con successo le sfide della complessità del nostro presente. E del futuro.

 

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