lunedì, 06 settembre 2010
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Le ragioni del “conservatorismo civico” e la sfida (possibile) della socialdemocrazia
(dal numero: 5/ 2010)
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di Andrea Peruzy, segretario generale ItalianiEuropei   

“In un’epoca di globalizzazione le emozioni sono divenute indispensabili per comprendere la complessità del mondo in cui viviamo. (…) La globalizzazione può avere reso il mondo ‘piatto’, (…) ma lo ha anche reso più appassionato che mai”. Con queste parole Dominique Moïsi introduce la riflessione sul rapporto fra globalizzazione, identità ed emozioni condotta nel suo ultimo libro “Geopolitica delle emozioni”.

Nella suddivisione geografico-emozionale prospettata dall’autore francese a noi, in quanto occidentali, europei, italiani, spetta l’ingrato compito di gestire il sentimento della paura e le sue conseguenze. Uno degli effetti più clamorosi della globalizzazione è stato infatti quello di rimescolare le carte del benessere, rimettere in discussione le posizioni acquisite, rinvigorire le dinamiche di una competizione internazionale che pensavamo di avere ormai definitivamente vinto. Si tratta di cambiamenti che, se da un lato hanno suscitato grandi speranze nelle giovani economie emergenti, dall’altro sono stati, e vengono tutt’ora, vissuti come vere e proprie minacce dai cittadini italiani, e soprattutto, paradossalmente, da quelli residenti nelle aree più sviluppate del paese.

La difficoltà di rapportarsi con il mondo globalizzato ha spinto molti ad invocare una maggiore protezione da parte delle istituzioni e ad aggrapparsi ai valori della tradizione, ai legami comunitari, all’esaltazione degli aspetti identitari. Nello spazio politico che si è così venuto ad aprire hanno saputo efficacemente inserirsi le forze della destra conservatrice che, proprio su un rinnovato, sebbene distorto, intervento pubblico nell’economia e sul richiamo ai valori della comunità hanno incentrato le loro ricette populiste. Non a caso, fra le “sette parole d’ordine” per “salvarsi dalla crisi globale” proposte da Tremonti  nel suo saggio del 2008  “La paura e la speranza”, troviamo, oltre a “federalismo”, “valori, famiglia, identità”.

Con un respiro più ampio, i conservatori inglesi guidati da David Cameron, invece, si stanno facendo promotori di un tentativo di riorganizzazione delle ricette proposte finora dalle forze della destra europea - di stampo localista e non solo - in risposta alle istanze provenienti dai territori e dalle comunità. Sotto l’etichetta “conservatorismo civico e comunitario” sono infatti state raccolte diverse proposte di intervento destinate alla difesa delle radici storiche e dell’identità culturale dei territori, alla valorizzazione dell’autonomia locale, allo sviluppo di un’economia più attenta alle esigenze del territorio, alla creazione di un welfare decentrato, in gran parte affidato a privati, sia associazioni che cooperative.

I partiti della sinistra riformista, d’altro canto, dimenticando i fondamenti della cultura socialdemocratica alla quale si ispirano, non sono stati in grado di offrire una visione alternativa incentrata sul mantenimento – o sulla ricostruzione – del senso della collettività e del bene comune.
Su quanto l’evoluzione della forma partito, l’allentamento del legame con le organizzazioni sindacali, la distruzione degli insediamenti sociali della sinistra democratica abbiano contribuito ad accrescere la distanza tra le forze del centrosinistra e gli elettori e ad alimentare la percezione dell’indifferenza rispetto alle esigenze di questi ultimi non intendiamo dilungarci in questa sede. Rimane però l’amarezza nel constatare che le forze territorialmente più radicate della destra vengono oggi percepite come più vicine agli elettori di quanto non sia il centrosinistra.

Detto questo, però, credo che sia il caso di chiarirsi le idee sui caratteri della comunità alla quale genericamente si fa riferimento, perché sono questi gli elementi che differenziano le risposte che le forze di destra e di sinistra offrono alla stessa domanda.  Sarebbe infatti errato sostenere che il centrosinistra sia indifferente ai temi della difesa dei territori, della tutela dei valori della comunità, alla necessità di difendere le piccole realtà produttive minacciate da una globalizzazione che favorisce i grandi.
L’idea di comunità alla quale essa si rifà ha però i caratteri dell’inclusività e una accentuata propensione all’accoglienza. Lo stesso richiamo alle tradizioni merita di essere difeso solo se accompagnato dal riconoscimento del valore delle tradizioni altrui, così come la difesa dei territori ha un valore positivo se viene intesa come valorizzazione delle specificità di ciascun territorio e non come localismo puramente oppositivo.

Anche rispetto al federalismo, il tema in merito al quale principalmente si sviluppa la risposta politica alle sollecitazioni sopra delineate, le forze del centrosinistra sono sì favorevoli alla realizzazione di un processo che tenda a snellire, alleggerire, semplificare la macchina amministrativa attraverso un rafforzamento delle istituzioni locali, ponendo però, al contempo, grande attenzione ai rischi di disarticolazione e indebolimento dello Stato che potenzialmente esso porta con sé. La coesistenza sul territorio italiano di regioni fra le più ricche dell’Unione europea, ma anche di aree assai povere, fa sì che nel dibattito politico nazionale il tema della riforma federale dello Stato non possa essere disgiunto da quello delle garanzie che è necessario prevedere per mantenere nel tempo la coesione del paese e per garantire standard omogenei sull’intero territorio nazionale nella fornitura di quei servizi pubblici che sono anche la risposta a diritti fondamentali dei cittadini: diritto alla salute, all’istruzione, alla sicurezza. Non può non preoccupare, infatti, un’idea di federalismo fiscale che introduca grandi sperequazioni territoriali nella distribuzione delle risorse tra Nord e Sud.

Il federalismo di cui il centrosinistra si fa portatore è un federalismo cooperativo, fondato sulla sussidiarietà e sulla collaborazione tra i diversi livelli di governo. In questa prospettiva allo Stato deve essere riconosciuto un forte ruolo di coordinamento, perché in un paese socialmente eterogeneo quale è il nostro, non si può fare a meno di un’amministrazione centrale forte che sia capace di programmare, valutare, controllare e, all’occorrenza, perequare.

In conclusione mi sia consentita un’ultima riflessione sul ruolo che in tutto ciò possono svolgere i partiti. Governare un grande paese richiede la presenza di partiti che siano in grado di interpretare i bisogni dei cittadini e al contempo di garantire la coesione della società e del paese. È quindi necessario che essi siano fortemente radicati nel territorio e capaci perciò di rappresentare le istanze periferiche, ma, all’occorrenza, che siano capaci di contenerle e comporle in vista del raggiungimento di quel bene comune che dovrebbe essere il fine ultimo della dell’azione politica.