lunedì, 06 settembre 2010
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Oltre il localismo territoriale, per la welfare society: la sfida del federalismo
(dal numero: 5/ 2010)
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di Loreto Del Cimmuto, direttore di Legautonomie   

L’idea di dedicare questo numero di “Governare il territorio” al conservatorismo civico comunitario nasce dall’interesse che indubbiamente suscita una corrente di pensiero politica, per la verità non nuova, che tuttavia sta vivendo ora una qualche fortuna grazie anche all’affermazione dei new tories inglesi guidati da David Cameron. Vittoria non netta, che ha però segnato indubbiamente la fine del lungo ciclo del new labour blairiano e propone suggestioni non banali per capire come affrontare oggi, nell’età della globalizzazione, il rapporto tra Stato, mercato e società.

Si tratta di spunti di riflessione utili per un confronto che riguarda anche quella sinistra che ha abbandonato lo statalismo per inoltratasi sul cammino del federalismo e della sussidiarietà, ma che ancora fatica a trovare un proprio profilo politico-programmatico ben visibile e identificabile. Anzi, sembrerebbe che mentre il centro-sinistra europeo abbracciava la terza via di Giddens (più lib che lab), il neo-conservatorismo l’aggirasse alle spalle per operare insidiose incursioni nel suo campo, abbandonando il ben noto e vecchio paradigma tatcheriano, secondo cui la società non esiste ma esistono solo gli individui, e ponendo al centro della propria rivoluzione copernicana la società, i corpi intermedi, l’autonomia delle formazioni sociali, il territorio e persino una visione affatto parruccona dei nuovi diritti civili.

Al fondo c’è una idea di stato minimo, secondo cui  la protezione sociale parte dall’individuo, per poi estendersi alla comunità, all’autoorganizzzione sociale e solo in ultima istanza allo Stato.  Non sappiamo come mettere assieme la destra sociale di Sarkozy, la Lega nord e i news toryes di David Cameron; lasciamo il compito di spiegarci e raccontarci, dai diversi punti di vista, i tratti distintivi del conservatorismo comunitario ai testimoni ai quali abbiamo chiesto di darci il loro contributo. Ci limitiamo ad alcune osservazioni, con l’impegno a tornare sul tema magari esplorando anche le suggestioni che vengono dal fronte opposto. La prima è che questa scoperta del territorio, se vista in chiave oppositiva alla globalizzazione e alle sfide che essa pone, rischia di tradursi nel ripiegamento a riccio nel localismo e nella retorica delle “piccole patrie”, mentre a noi piace immaginare il territorio come fattore di coesione e piattaforma dalla quale fare rete nello scenario globale. Del resto la peculiarità del nostro modello di sviluppo sta anche nel tessuto delle piccole e medie imprese, che traggono dal capitale sociale del proprio territorio la linfa vitale che le rende competitive sul mercato globale: territorio e globalizzazione si presentano come poli di una dialettica capace di alimentare sempre nuove sfide, dove giocano un fattore importante la capacità di fare innovazione e la coesione sociale.

L’altra osservazione è che anche la centralità del territorio e delle comunità che lo abitano non deve significare chiusura e rifiuto dell’altro, paura di affrontare le inevitabili conseguenze di società aperte ai flussi migratori e alle diverse correnti o ispirazioni culturali e religiose. La risposta può e deve stare in una sapiente politica di integrazione nei diritti e nei doveri, di allargamento della cittadinanza e di ferma repressione dell’illegalità laddove è necessario. Ma non può stare nella paura come leva di governo delle proprie comunità, fattore di contrapposizione e discriminazione sociale. Ne va del destino della nostra società, come abbiamo cercato di dimostrare anche in altre occasioni, su “Governare il Territorio” ad esempio, ponendo all’attenzione dei nostri lettori il tema degli italiani di nuova generazione. Gli enti locali hanno un interesse primario a giocare un ruolo attivo, perché è su di loro che ricadono e ricadranno ancora di più nel futuro le responsabilità di governo dei fenomeni sociali. Questo rimanda inevitabilmente al tema del nuovo sistema di welfare, al fatidico passaggio dal welfare state alla welfare society. Mentre il primo modello ha esaurito il suo compito storico di integrazione e promozione sociale nell’alveo dello Stato-nazione, il secondo è tutto da costruire.

L’inefficienza di un modello di stato sociale centralista è dimostrata dalla sua insostenibilità finanziaria e dalla sua rigidità di fronte ai mutamenti sociali, che garantisce di più chi è già garantito mentre non è in grado di affrontare le nuove povertà e marginalità sociali, o di tutelare le nuove forme di lavoro. Un modello che invece fa leva sui corpi intermedi, sul volontariato e il terzo settore, sul privato sociale e sul  ruolo regolatore del sistema pubblico rappresenta ciò su cui concretamente si stanno cimentando già oggi numerose amministrazioni locali attivando e praticando esperienze concrete di welfare mix, senza  tuttavia abbandonare l’idea di un sistema universalistico che non lascia indietro nessuno.

Noi pensiamo che la password per il nuovo modello di welfare stia nel federalismo, o meglio, nei meccanismi di responsabilità e autonomia che il federalismo dovrebbe innescare, come quando vuole parametrare il finanziamento delle prestazioni sociali e le politiche di perequazione non in base alla spesa storica ma in base ai costi standard. E’ la strada anche per alleggerire l’insostenibile  peso di quello che Ricolfi chiama il tasso di parassitismo dell’interposizione pubblica, quando essa assume le attuali dimensioni elefantiache, per esplorare concretamente un modello di welfare che tiene insieme solidarietà e responsabilità,senza gettare via il bambino con l’acqua sporca.