Gli autori che intervengono a vario titolo su questo numero estivo di “Governare il territorio”, rispondono, come peraltro avevamo promesso, al tema proposto nel precedente numero della rivista di giugno dedicato al “conservatorismo civico”, nuova suggestione politico-sociale dai natali britannici, che in Italia ha trovato ispirazione dall’affermazione leghista alle ultime elezione regionali.
di Luigi Massa, Presidente del Comitato etico di Rete Comunitaria
Non vorrei che il mio ragionamento fosse scambiato per resa al leghismo: è l’esatto contrario. Ho letto gli interessanti stimoli contenuti nel precedente numero di “Governare il territorio” (in particolare quelli di Andrea Peruzy e di Mario Ciampi). La voglia di comunità che si respira a destra come a sinistra, come antidoto ai mali della globalizzazione, può essere coniugata in due modi: regressivo (paura, chiusura nel particulier) o progressivo (ripartire da meccanismi di solidarietà per fare rete, passare dall’individuo alla persona e quindi alle comunità aperte). Ma tutti cercano di far quadrare il cerchio tra la voglia di autonomia e la tenuta dello Stato come l’abbiamo conosciuto dopo la seconda guerra mondiale.
Stefano Zamagni, docente di economia politica all’Università di Bologna, da anni si occupa di welfare e di riforme. Gli abbiamo chiesto di tracciare con “Governare il territorio” una mappa delle problematiche che riguardano l’attuale modello di stato sociale, alla luce del federalismo e del nuovo ruolo che dovrebbe assumere il sistema delle autonomie locali. Professor Zamagni, l’attuale modello di welfare dovrà essere ripensato alla luce del federalismo. E d’altra parte è oramai opinione comune che presenti forti elementi di crisi. Quali sono secondo lei gli elementi più rilevanti di questo passaggio? L’originale modello di welfare state è nato male. Già nel ’39 Keynes aveva anticipato che il welfare avrebbe dovuto essere democratico, cioè tener conto in primis dei cittadini e dei loro bisogni.
di Gregorio Arena, Presidente di Labsus Laboratorio per la sussidiarietà
I cittadini possono essere per le amministrazioni, soprattutto quelle locali, una risorsa, non un problema. Lo dimostra il fatto che ci sono in tutta Italia cittadini che non rivendicano diritti o esigono prestazioni, bensì si impegnano in iniziative utili per la comunità. Essi ovviamente non ne possono essere consapevoli, ma così facendo mettono radicalmente in crisi il paradigma bipolare tradizionale che ha dominato il nostro Diritto amministrativo negli ultimi duecento anni, secondo il quale spetta unicamente all’amministrazione pubblica prendersi cura dell’interesse generale, perché si suppone che i privati siano incapaci di occuparsi di ciò che esula dalla loro sfera immediata di interessi.
Sono convinto che stia nei territori la risposta ai molti problemi che oggi affliggono il nostro Paese. Penso agli effetti lunghi della crisi, ai problemi che reca con sé la globalizzazione, alle nuove difficoltà che soffrono gran parte delle famiglie e dei singoli individui. Perché è nei territori che si evidenziano i maggiori disagi e si individuano i bisogni ai quali occorre dare risposte adeguate e qualificate.